9 marzo 2017

Audizione Presidente Ganau presso la Commissione per le questioni regionali

Nuova indagine della Commissione: nell’ambito della relazioni all'Assemblea sulle forme di raccordo tra lo Stato e le autonomie territoriali e sull'attuazione degli Statuti speciali (indagini 2015 – 2016).
Nuove prospettive delle Regioni e assetto dei rapporti con lo Stato dopo il referendum 2016.


Buongiorno a tutti e tutte, mi preme ringraziare il Presidente D'Alia e tutti i commissari per il lavoro che la Commissione per le questioni regionali continua a portare avanti.
La Commissione fa bene a riproporre e rilanciare i temi che l’hanno vista impegnata negli ultimi due anni.
All’indomani del punto di arresto del progetto di riforma è -  non solo utile riproporre le indicazioni già emerse dalle indagini svolte - ma è anche possibile proporre soluzioni che possono giovare non poco al funzionamento delle relazioni Stato Regioni.
Come ha bene esplicitato il Presidente Jacop, a Costituzione invariata, sono fondamentalmente due i percorsi da seguire per l’immediato: la riforma compiuta del sistema delle Conferenze in tutte le sue implicazioni e possibili evoluzioni, e l’attivazione (ancor prima e come presupposto della riforma) dell’istituto previsto dall’articolo 11, rapidamente abbandonato anzi non nato e che invece può colmare una lacuna importante dell’attuale sistema.
Non mi soffermo su questo se non per dire che si tratta di un percorso ampiamente condiviso anche dalle Regioni speciali e Province autonome di Trento e Bolzano.  
Altro tema aperto dei rapporti Stato Regioni, rapporti in questo caso speciali perché legati alla specificità di competenze e funzioni a ciascuna regione riconosciute quello dell’attuazione degli statuti delle Regioni e Province ad autonomia speciale e delle Commissioni paritetiche, oggetto dell’indagine del 2015. Anche in questo caso le conclusioni della Commissione possono essere un buon punto di partenza.
Su un primo ambito di intervento, quello delle norme di attuazione degli statuti speciali, sono fondamentalmente due i temi su cui si può ora nell’immediato insistere: stabilire modalità e tempi certi entro i quali il Governo deve pronunciarsi sul lavoro delle Commissioni paritetiche; assicurare la continuità delle stesse, da un lato stabilendo un termine ampio per la durata dell’incarico, dall’altro disponendo la prorogatio dell’organo fino alla nuova nomina.
Anche questi sono interventi che si possono collocare bene in questa fase e che possono realizzarsi probabilmente con semplici modifiche legislative di carattere ordinario.
Altro ambito di intervento quello della revisione degli Statuti speciali e dell’individuazione di una procedura concertata che si rifacesse all’intesa prevista dal disegno di riforma costituzionale.
Su entrambi gli aspetti bene fa la Commissione Bicamerale a richiamare il lavoro svolto in sede tecnico - politica dal gruppo che ha fatto riferimento al coordinamento delle Regioni speciali ed al Sottosegretario Bressa. Lavoro che ha portato ad importanti spunti di riflessione e anche a proposte condivisibili ma che ha visto inspiegabilmente coinvolte esclusivamente l’assemblea sarda e quella del Friuli e che si è bruscamente arrestato con il cosiddetto documento di Aosta, maturato esclusivamente tra esecutivi e non condiviso con i Consigli.
Dopo i chiarimenti intervenuti con il sottosegretario Bressa e con i rappresentanti dell’esecutivi il 25 luglio, in occasione della riunione convocata presso la sede della conferenza, resta auspicabile che il comitato tecnico venga permanentemente integrato con i rappresentanti degli organi legislativi.
Sulla modifica degli statuti un punto emerso nella discussione col sottosegretario Bressa mi sembra acquisito: la modifica degli statuti speciali passa per procedure a concertazione rafforzata (si parla appunto di intesa), le quali sole possono consentire un aggiornamento degli statuti a misura delle singole specialità.
Infatti superata, considerato l’esito referendario, la questione dell’intesa cosiddetta “forte” per l’adeguamento al nuovo titolo V, rimane aperta la discussione sulle procedure di intesa per la modernizzazione degli statuti.
Su questo punto la riunione del 25 luglio 2016 ci ha visti tutti concordi sul fatto che le modifiche statutarie non possono prescindere dal pieno coinvolgimento delle Regioni.
Le ragioni della specialità non solo non sono superate, ma in taluni casi rafforzate; esse meritano di essere riproposte e rielaborate in funzione dell’attualità in cui si trovano le singole autonomie speciali. Tutte richiedono, per ragioni diverse, politiche propriamente a dimensione regionale e articolazioni istituzionali conseguenti, attagliate a quei territori.
Le norme di attuazione degli Statuti speciali, con gli accorgimenti indicati nell’ indagine, possono ancora fungere da utile supporto all’aggiornamento delle specialità in forme concordate fra Stato e singole regioni. Tuttavia non si può nascondere che, pur collocandolo in un tempo più disteso ed in un orizzonte più ampio, un effettivo ripensamento degli Statuti speciali, accompagnato da un clima di rispetto delle specificità e della storia delle regioni interessate, non solo è necessario ma potrebbe concorrere in modo rilevante all’ evoluzione complessiva del sistema regionale, anche di quello ad autonomia ordinaria.
Fermo restando infatti che gli obiettivi attuali vanno commisurati ai tempi, in ogni caso brevi, che ci separano dalla conclusione della legislatura, non possiamo ignorare che la questione del regionalismo si pone oggi in termini più ampi, non più vincolati dai binari, alquanto rigidi, segnati dalla riforma respinta dal corpo elettorale.
Il tema è in estrema sintesi come debba realizzarsi un regionalismo efficiente e realmente cooperativo, rispettoso delle reciproche competenze di Stato e regioni, delle specificità di ciascuna regione.
La domanda è se un regionalismo efficiente debba percorrere necessariamente le vie della legislazione della crisi e dell’accentramento, o piuttosto cercare con più convinzione forme di integrazione e cooperazione fra i due livelli, più rispettose dell’impianto costituzionale e del ruolo effettivamente svolto dalle Regioni, anche rispetto alla crisi economica.
Una prima constatazione è che lo Stato per primo non ha adeguato la propria struttura alle esigenze del regionalismo e non ha adottato una legislazione adeguata e rispettosa delle previsioni costituzionali, si pensi soltanto al mancato sviluppo della legislazione sui principi delle materie concorrenti, o alla carenza sempre più grave di un aggiornamento dei LEA.
Sulle modalità con cui possa affrontarsi il tema delle competenze legislative concorrenti si è fatto cenno trattando il tema delle conferenze e dell’attuazione dell’articolo 11 e del ruolo decisivo che può svolgere la Commissione bicamerale.
Altro aspetto determinante di un regionalismo evoluto è quello delle risorse; lo Stato ha fatto continuo ricorso al coordinamento economico e finanziario per limitare attività e politiche locali; di conseguenza ora vi è una scissione sempre più evidente fra compiti e responsabilità delle Regioni e dei territori e effettiva disponibilità delle risorse per farvi fronte.
E’ un tema che riguarda non solo le Regioni ordinarie, ma anche sia pure in modo diverso e con difficoltà diverse, le regioni ad autonomia speciale, le quali per effetto dei cosiddetti accantonamenti vedono ridursi le disponibilità che dovrebbero essere loro garantite e invece accrescersi vie più funzioni onerose per effetto di scelte unilaterali statali, (per es. ampliamento delle cure costose senza alcun incremento di risorse) ovvero per l’attribuzione di maggiori e ulteriori funzioni a risorse invariate.
Soprattutto preme sottolineare un aspetto che la Commissione bicamerale ha mostrato di cogliere nel suo lavoro: un regionalismo evoluto, ispirato alla cooperazione, deve potersi declinare secondo le diversità e le esigenze dei territori e delle forme che la autonomia vi assume.
In questo orizzonte un aggiornamento della specialità è necessario: lo è per lo Stato ma lo è anche per le Regioni.
Raccordi, cooperazione, efficienza non coincidono insomma con omologazione e appiattimento.
Quello che in sostanza si vuole dire è che i temi riproposti dalla Commissione per le questioni regionali sono urgenti e meritano di essere rapidamente trasformati in proposte per favorire un adeguamento del regionalismo al quadro istituzionale e una prima soluzione dei nodi che ne hanno ostacolato una sua effettiva attuazione.
Essi possono, nel contempo, collocarsi utilmente in un orizzonte più ampio, quale prima soluzione dei nodi che hanno ostacolato un’effettiva ed efficiente attuazione del regionalismo italiano e premessa per un’evoluzione complessiva in chiave di un’autonomia responsabile ed efficiente dell’intero sistema. Un obiettivo di più lungo termine che può tuttavia contribuire non poco ad una maturazione della nostra democrazia.


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