5 giugno 2017

Progettare il futuro: convegno a Sassari

Buongiorno a tutte e tutti,
rivolgo il mio saluto e quello del Consiglio regionale della Sardegna a tutti i convenuti e agli onorevoli europarlamentari, al Consiglio delle Autonomie Locali, alla Fondazione di Sardegna  e all’Anci, al suo presidente Emiliano Deiana tra i promotori di questo seminario che offre l’occasione per un confronto su temi di strettissima attualità, all’ordine del giorno dell’agenda politica nazionale e regionale.
Oggi parliamo di Europa, del suo futuro, di uno dei suoi principali valori fondanti, esplicitato nella cosiddetta “clausola di solidarietà” introdotta con l’articolo 222 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, che nel 2007 a Lisbona modificò il Trattato istitutivo dell’allora Comunità Europea, sancendo un principio, quello della solidarietà appunto, diretto a garantire il benessere della UE, attraverso l’adempimento degli obblighi di ordine economico, politico e sociale da parte di tutti gli Stati membri. I Paesi dell'Unione dovrebbero agire congiuntamente “in uno spirito di solidarietà” per far fronte alle grandi emergenze del vecchio Continente, come la gestione dei flussi dei migranti e il processo di progressiva integrazione nei territori ospitanti, aspetti che ormai caratterizzano il nostro quotidiano e che vedono la nostra isola impegnata in prima linea.
Purtroppo siamo ben lontani dalla piena applicazione di questo principio per diverse ragioni che non possono e non devono però mettere in discussione l'esistenza stessa dell'Europa unita. E questo, nonostante negli ultimi  anni ci troviamo a dover fare i conti con movimenti e partiti euroscettici, in prevalenza nazionalisti, in netta opposizione a quel processo di integrazione di politica europea con l'idea secondo la quale questo processo indebolirebbe lo Stato impegnato nella sua applicazione.
La loro presa nelle diverse comunità europee,  evidentemente non può più essere ignorata: prima inesistenti in alcuni paesi dalla lunga tradizione filo – europea, oggi addirittura al Governo di Stati come l'Ungheria e la Polonia. Pensiamo poi alla Brexit, e alle conseguenze dell'uscita della Gran Bretagna dalla UE che inizieremo a subire realmente soltanto a processo concluso, o al rischio che la stessa Unione Europea ha corso con le elezioni in Francia che poi hanno fortunatamente  portato all'elezione di Emmanuel Macron; è chiaro che affinché questo processo di integrazione si realizzi, è necessario che gli Stati membri siano disposti a limitare in qualche modo la propria sovranità, attribuendo alle istituzioni dell'Unione il potere di prendere decisioni vincolanti per tutti gli Stati e non soltanto nei settori come la gestione delle risorse agricole o i rapporti commerciali con altri Stati, giusto per citarne alcuni, ormai completamente gestiti nell'ambito del quadro comunitario.
 Si parla oggi di Europa a due velocità, concetto in realtà che risale già agli anni 60 e 70 che venne introdotto nel linguaggio comunitario a fine anni 80, sotto la spinta dei cambiamenti geopolitici dell' Europa dell'Est; la nascita dell'Eurozona, l'introduzione della moneta unica e dell'istituto delle “cooperazioni rafforzate” che sanciscono il diritto per minimo 9 Stati membri di perseguire determinate politiche comuni, previste ad esempio nel settore della politica estera e di sicurezza.
La strada da seguire rimane quella di creare un'unione politica e rafforzare l'integrazione dei bilanci pubblici  perché diversamente l'euro è destinata ad essere una moneta senza uno Stato. Pensiamo ancora agli anni in cui le politiche di austerità hanno messo a dura prova la stabilità stessa dell'Unione Europea. Oggi anche alcune istituzioni, da sempre schierate a favore dell'austerity come il Fondo monetario internazionale, iniziano a riconoscere il fallimento di queste azioni che non sono certo riuscite a ridurre il debito pubblico e il deficit di bilancio, ma non hanno fatto altro che aumentare le disuguaglianze e rallentare, se non addirittura impedire, la crescita economica degli Stati.
In alcuni Paesi la così definita “Europa delle banche” ha fatto sì che la sinistra, delusa, non si riconoscesse più in quei valori caratterizzanti dell'Unione Europea, e con essa centinaia di cittadini appartenenti a quella classe medio bassa che riversano su di noi e su i rappresentanti delle istituzioni locali la loro rabbia per un malessere sociale sempre più difficile da governare a causa della crisi,  insieme all'arrivo di migranti e alla difficile gestione del processo di integrazione.
In Italia l'unico partito convintamente europeista è il Partito Democratico. E credo che spetti a noi, uomini del PD nelle istituzioni, applicare quei principi fondanti che hanno guidato la nascita dell'Europa “che non è un insieme di regole da osservare, né un prontuario di protocolli e procedure da seguire”, come ha ben ricordato Papa Francesco in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma, ma l'Europa è un modo di concepire l'uomo a partire dalla sua dignità trascendente e inalienabile e non solo come un insieme di diritti da difendere e di pretese da rivendicare”.
E su questo principio, così straordinariamente esplicitato dal Santo Padre, che ritengo doveroso sostenere in quest'occasione la proposta avanzata, proprio nei giorni scorsi, dall’Anci Sardegna e dai sindaci della nostra isola, volta a seguire  - a proposito di gestione dei migranti -  un modello diffuso di microaccoglienza nel territorio, unico strumento in grado di favorire l'integrazione. Quando Emiliano Deiana, presidente dell'Anci sostiene che sia necessario parlare con le persone, spiegare che il fenomeno dei migranti non è una novità e non è un’emergenza, ha ragione, perché i dati e i numeri che arrivano dall’agenzia europea Frontex ci parlano di migranti in diminuzione, eppure si continua a percepire come un fenomeno in aumento: è indispensabile  far capire che l’accoglienza è un dovere ma può essere anche un’opportunità e che l'accoglienza diffusa e integrata dei migranti è preferibile alle grandi concentrazioni di stranieri nei centri urbani e non solo per garantire quella dignità di vita che deve essere sempre preservata, ma perché è l'unico modo di evitare l'isolamento e la diffusione di sentimenti razzisti.
I nostri cittadini ci chiedono perché accogliere gli altri - dicono gli amministratori -  se viviamo una crisi mai vista e la disoccupazione regna tra le nostre comunità.  Occorre un lavoro di informazione a più livelli, a partire dalle istituzioni. Perché i sindaci hanno ragione, solo se le persone sono correttamente informate potranno accettare e fare poi propria l’idea dell’accoglienza anche in una situazione di crisi come quella che  oggi la Sardegna sta attraversando.
 Spetta a noi salvaguardare e far rispettare quel principio di solidarietà, ripartendo “dal basso”, perché il futuro europeo può e deve essere garantito dalle istituzioni più vicine ai territori, dalle Regioni e dai comuni perché l'Europa che ha garantito 70 anni di pace e prosperità e che può continuare a garantire tutto questo,  è solo l'Europa dei popoli.


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