14 settembre 2017

Violenza di genere - Incontro con il Prefetto Franco Gabrielli

Ringrazio il Prefetto Franco Gabrielli, per la sua disponibilità e il Questore di Cagliari, Pierluigi d’Angelo per averci dato l’occasione di riflettere su un fenomeno, quello della violenza di genere, che ha assunto oggi in Italia le dimensioni di una vera e propria emergenza sociale, sintomo di un problema strutturale e culturale che per la complessità delle sue ragioni e la pluralità delle sue manifestazioni può esser combattuto solo con una strategia condivisa e coordinata.
La ratifica della convenzione di Istanbul da parte del nostro parlamento è stato un passo in avanti fondamentale perché stabilisce che la violenza sulle donne è una violazione dei diritti umani, non un fatto privato da gestire in silenzio, in casa, in solitudine. È un fatto che riguarda tutti, che riguarda in primo luogo lo Stato, il che ci obbliga come istituzioni a farcene carico.
Non esiste tolleranza né giustificazione alcuna per le condotte che ledono i diritti delle donne, dal sessismo di affermazioni considerate “leggere”, alle offese, alle minacce, agli stupri, al femminicidio.
Molto si è fatto sul fronte delle misure repressive con la legge sul femminicidio, ma ciò che ancora dobbiamo portare avanti con maggiore convinzione e determinazione è un lavoro di prevenzione perseguendo quel cambiamento culturale necessario.
La consapevolezza condivisa della gravità del problema è presupposto indispensabile per avviare un reale processo di cambiamento.
E allora, ad esempio, dobbiamo opporci a qualsiasi strumentalizzazione quando si parla di educazione di genere nelle scuole.
Perché, guardate bene, in mancanza di un mutamento anche nel modo di parlare e di guardare, non vi sarà un reale cambiamento; finché non si capirà che la sotto rappresentazione e la rappresentazione offensiva della donna riguarda, in primo luogo, gli uomini che vanno educati da bambini al rispetto, non ci saranno progressi.
I dati ci riportano una realtà che è un bollettino di guerra che dice che il 31,5% delle donne nel corso della loro vita hanno subìto una qualche forma di violenza fisica o sessuale.
Che ci dice che il 62,7% degli stupri viene commesso dal partner attuale o precedente, ossia in famiglia.
Ma il nostro è un mondo al contrario dove ad essere biasimate sono le donne che subiscono violenza, dove uno spregevole pensiero sullo stupro fa notizia solo perché pronunciato da un mediatore culturale e non per l’estrema gravità del suo contenuto.
Siamo un paese dove i riflettori sulla violenza maschile contro le donne si riaccendono improvvisamente per fomentare l’odio nei confronti degli stranieri. E improvvisamente ciò che conta non è il fatto terribile che ogni giorno in Italia 11 donne vengano stuprate, spesso in famiglia, ma quanti di questi stupratori siano stranieri; arrivando perfino a distinguere le vittime in italiane e straniere come se le vittime non fossero sempre vittime e gli stupratori sempre stupratori.
La questione è politica e culturale: noi uomini non violenti non possiamo permettere che la violenza venga fatta a nostro nome. Dobbiamo fare in modo che questa battaglia di civiltà diventi prioritaria nella nostra agenda politica.
E allora dobbiamo affrontare con serietà le proposte sull’educazione sentimentale che giacciono in Parlamento.
Fondamentale è insegnare il rispetto perché l’amore non è sopraffazione, ma è saper vivere insieme in armonia. Dobbiamo combattere la “violenza mascherata d’amore” di cui ci ha parlato la presidente Boldrini nel suo primo discorso alla Camera.
E non cito a caso la presidente Boldrini perché a lei come istituzione e come donna va tutta la mia solidarietà per gli attacchi e le minacce brutali e sessiste che riceve ogni giorno esclusivamente perché donna delle istituzioni o forse meglio dire donna nelle istituzioni.
Abbiamo il dovere di denunciare e combattere il fenomeno, sempre più diffuso, dell’utilizzo nei social network di volgarità, espressioni violente e di minacce nella quasi totalità a sfondo sessuale.
Non è accettabile che anche uno strumento nato per dare più opportunità, si trasformi in un ulteriore mezzo di violenza nei confronti delle donne.
Sono profondamente convinto che la violenza sulle donne riguardi tutti; se colpisce le donne è un problema degli uomini, una società che non rispetta le donne è una società che colpisce i diritti di tutti. Noi uomini dovremmo occuparci di più di questa battaglia che non possiamo delegare solo alle donne, il più delle volte sminuendone e deridendone le rivendicazione. Perché, badate bene, non si tratta solo di violenza e lesioni gravi da parte di partner o ex, ogni condotta che mira ad annientare la donna nella sua identità e libertà, non solo fisicamente ma anche nella sua dimensione sociale e psicologica e lavorativa, è una violenza di genere. Certo, oggi la situazione è migliorata, basti pensare che 1/3 delle parlamentari è donna, abbiamo ministre e sottosegretarie ma non possiamo negare che la diffidenza e i pregiudizi esistono in ogni ambito della società. Siamo il paese in cui soltanto il 47 per cento delle donne lavora contro una media europea del 60 per cento. E quando lavora, spesso ha retribuzioni più basse.
Eppure è dimostrato che se le donne lavorano, il PIL aumenta, è dimostrato che quando le donne conquistano nuovi diritti è tutta la società che va avanti. E allora dobbiamo interrogarci sul perché di questa situazione.
E guardate, anche il linguaggio di genere non è una quisquiglia, è sostanza. Perché se dico infermiera, segretaria non devo dire avvocata, magistrata o sindaca?
Prima esisteva solo il genere maschile perché erano lavori riservati agli uomini, ma la nostra è una lingua neolatina che declina il genere, per cui dobbiamo declinare, dobbiamo correggere e adattare il linguaggio al cambiamento della società. Declinare al femminile è sostanza, è riconoscere un percorso.
È tutto connesso: norme sulla rappresentanza, incentivi per il lavoro femminile, lotta contro la violenza e la mercificazione del corpo della donna, il linguaggio di genere.

E allora colleghe e colleghi, è da qui che noi dobbiamo partire, da questo palazzo da quest’aula, che è oggi lo specchio di una società non equilibrata. Abbiamo il dovere di introdurre nella nostra legge elettorale la norma antidiscriminatoria della doppia preferenza di genere, perché di questo si tratta, di norme antidiscriminatorie, non di quote rosa. Dobbiamo risolvere il problema della sotto-rappresentatività della metà del genere umano di quest’organo politico.
Questo tema non riguarda solo le donne, c’è molto di più in ballo, perché se la metà del genere umano è tagliata fuori o compressa nella rappresentanza è la democrazia a soffrirne prima ancora che le stesse donne. Perché la democrazia è meno rappresentativa e meno inclusiva, meno capace di interloquire con le istanze della società.

E allora forse oggi possiamo prendere pochi altri impegni ma di certo di questo possiamo farci carico. La scorsa legislatura viene ricordata per il vergognoso voto segreto che ha bocciato la doppia preferenza di genere, non permettiamo che questa sia ricordata per non avere avuto neanche il coraggio di portarla in aula.


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