20 gennaio 2017

CONVEGNO ANTONIO GRAMSCI  NELL'80° DELLA MORTE


Buongiorno a tutte e tutti,
alle autorità presenti, agli onorevoli colleghi e ai docenti e studenti del Liceo Classico “Giovanni Maria Dettori”. Lasciatemi ringraziare il professor Accardo per aver voluto organizzare, insieme all’Istituzione che rappresento, questo importante incontro che spero sarà il primo di una serie di iniziative che nel 2017 ci porteranno a riflettere e confrontarci con il pensiero di Antonio Gramsci, prima della conclusione di quello che è stato proclamato dalla Regione Sardegna come l’anno Gramsciano.

Erano le 4 e 10 del 27 Aprile del 1937 quando Antonio Gramsci si spense per emorragia celebrale a 46 anni, dopo un decennio di detenzione e patimenti inenarrabili. Aveva ottenuto la libertà il 21 Aprile.

 Il regime fascista lo privò della libertà, convinto di poterne imbrigliare le idee, convinto di poterne spegnere il pensiero, ma Gramsci, ancora oggi a 80 dalla sua morte, è l’intellettuale comunista di più grande rilievo che l’Italia abbia conosciuto. 

Certo,  per noi Antonio Gramsci rimarrà sempre prima di tutto un sardo; cresciuto fra le contraddizioni di una terra fra le più esposte alle politiche protezioniste delle classi proprietarie continentali, a lui dobbiamo l’assunzione della questione meridionale come questione nazionale, che non può essere risolta attraverso rimedi specifici, ma deve essere affrontata attraverso il perseguimento di una politica generale del Paese.

Come ha scritto Eric Hobsbawm, il grande storico inglese autore de Il secolo breve:  “Tu Nino, sei molto più che un Sardo, ma senza la Sardegna è impossibile capirti”.

La fortuna internazionale di Gramsci è un dato ormai consolidato, tanto che si è arrivato a parlare di un “Gramsci globale”, di momento gramsciano; questo interesse internazionale, che spazia in campi diversissimi come le relazioni internazionali, la critica culturale, l’antropologia, la linguistica, cresce costantemente da almeno tre decenni e ci dovrebbe far riflettere sul perché Gramsci, insieme a Dante, sia l’autore italiano più letto al mondo e sul perché, invece, in Italia la cultura di Gramsci sembra essersi arenata, quasi relegata in uno spazio marginale. Condivido il pensiero di chi sostiene che sia necessario un maggiore impulso alle nostre scuole e alle nostre università per un maggiore impegno nello studio e nella ricerca del pensiero di Antonio Gramsci.

Filosofo e pedagogista, storico e storiografo, giornalista e scrittore impareggiabile, teorico della lingua e della letteratura, scienziato politico, l'eredità che Gramsci -  nel corso della sua breve esistenza - ha lasciato è assolutamente impareggiabile. Grazie alle sue grandissime capacità, alla sua profondità di pensiero, all'accuratezza delle sue analisi sociologiche, politiche ed economiche, e alla sua capacità divulgativa, ogni suo scritto, ogni sua idea è ancora oggi fonte di riflessione per tutti noi.

 Anche davanti a certe polemiche sciocche che si trascinano e ciclicamente ritornano che vanno dal Gramsci convertito al cattolicesimo, al liberismo, al Gramsci che rinnega la rivoluzione, il socialismo, il comunismo fino a quella che lo descrive come fomentatore di violenza e maestro dell’intolleranza, noi dobbiamo continuare a studiare Gramsci e a rivendicarne l’importanza. 

Penso che non si possa continuare a considerare Gramsci semplicemente un marxista e si possa parlare di gramscismo non come deviazione, ma come una fase nuova del pensiero. Il suo pensiero, che rimane comunque sempre rivoluzionario, va ancora oggi molto oltre il marxismo, lo indirizza verso altri orizzonti, le classi subalterne al posto del proletariato e della classe operaia, il concetto stesso di gruppi sociali che si sostituisce a quello di classi.

Egemonia, società civile, riforma intellettuale e morale, intellettuale organico, blocco storico, nazionalpopolare: tutte queste locuzioni, tutti questi modi di dire vengono da Gramsci e ancora oggi sono di uso comune, seppur non sempre nell'accezione originaria da egli pensata e voluta. Questo testimonia come il suo pensiero giunga sino ai giorni nostri, fino ad influenzare, in maniera determinante, il linguaggio di tutte le categorie, giornalisti, politici, storici, filosofi, che Gramsci riassumeva in un'unica persona. 

Un pensiero, quello di Gramsci, che fino all’ultimo giorno -  il 27 aprile del ’37 -  rimarrà volto alle classi subalterne e di questo non dobbiamo dimenticarci. Il messaggio di Gramsci è drammaticamente attuale e necessario; forse ha ragione chi dice che non c’è spazio per un Gramsci oggi, ma ci sarebbe estremamente bisogno di un Gramsci oggi. 

Pensiamo alle parole chiare e forti con cui significava il suo odio verso gli indifferenti, il suo invito ad essere cittadini e partigiani, perché “l’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita”. Oggi di fronte alle guerre, alla povertà, al dramma infinito dei migranti, quel monito resta un lucido insegnamento, perché è nell’indifferenza che si sono consumati e si consumano i fatti più tragici della storia.

Dovremo sforzarci di essere promotori di un'azione politica che, benché non sia - come voleva Gramsci - la sostanza della filosofia della storia, si sforzi almeno di essere qualche cosa di più di un disinvolto pragmatismo che ogni tanto opera qualche generico riferimento a valori; coscienti che solo dalla buona politica, che spinge alla responsabilità che è passione, può arrivare il contrasto all’indifferenza e la risposta alle istanze di giustizia sociale del nostro tempo. 

Ci sarebbe bisogno di un Gramsci, non tanto per guidare, ma per quella capacità di ascolto, per quella politica che potremmo definire dialogica capace di intercettare i bisogni delle persone come esseri umani. Questo è forse uno dei lasciti più profondi e importanti che Gramsci ci lascia.

 

Per tale motivo il momento gramsciano non accenna a finire: perché nella lunga meditazione carceraria, emerge il teorico di un socialismo umanistico, di un’altra rivoluzione possibile. E il suo motto fondamentale rimane pur sempre il primo dei tre che campeggiano sulla testata de L’Ordine Nuovo: “Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”. 



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