Presidente perché è im- portante ancora oggi parla- re di autonomia in Sardegna?
«Per prima cosa perché non è stato un regalo, ma il riconoscimento della speciali- tà della Sardegna. Uno status che deriva da una serie di motivi che caratterizzavano l’isola 70 anni fa. Il forte autonomismo, la distanza dal resto della penisola, l’arretratezza economica e sociale, la difficoltà dei collegamenti. Aspetti che la ponevano in una condizione oggettiva di isolamento. Motivi che met- tevano in primo piano la necessità di avere il riconoscimento di una specialità».
Il messaggio è ancora attuale?
«Certo. La specialità è un valore attuale. Perché lo Statuto e l’autonomia ci consentono di affrontare una condizione che vede la Sardegna ancora distante rispetto al resto dell’Italia. Basta pensare alla difficoltà nei trasporti. Anche quelli interni. L’isola è lontana rispetto al resto dell’Italia, ma è anche difficile muoversi dentro la Sardegna. L’energia rimane ancora un ostacolo allo sviluppo delle imprese. Siamo l’unica regione senza il metano. Abbiamo un forte deficit di infrastrutture che hanno come prima conseguenza una forte difficoltà anche di collegamenti interni. Un esempio su tutti è costituito dalla rete ferroviaria. È stata abbandonata per oltre 50 anni. Se si fissa a 100 lo standard nazionale di qualità la Sardegna è a 17,5. Ma ci sono altri indicatori poco confortanti. Il tasso di disoccupazione giovanile è al 56 per cento, il più alto in Italia. Quello di dispersione scolastica è al 18 per cento. Per non parlare della man- canza di una vera continuità territoriale marittima e aerea pe le persone e le merci. Ecco che ancora oggi l’isola vive una condizione di forte difficoltà. Questo la porta a trovare ancora nelle rivendicazioni presenti nello Statuto uno strumento attuale, anche a 70 di distanza».
Molte Regioni, come Lombardia e Veneto, cercano il riconoscimento di una loro autonomia. Oggi ha ancora senso lo statuto speciale per la Sardegna?
«Su questo si deve essere chiari e fa testo quello che dice il titolo V della Costituzione sulla cui base queste regioni hanno fatto il referendum. Non sono nuove regioni speciali, ma chiedono maggiore autonomia. Vogliono un tipo di regionalismo di verso che risponda meglio alle esigenze dei loro territori. Ma non chiedono di diventare regioni a statuto speciale. C’è un aspetto sbagliato nell’operazione portata avanti da Lombardia e Veneto che riguarda la cancellazione della solidarietà tra le Regioni, uno dei pilastri della Costituzione».
Alcuni sostengono che lo statuto non sia stato attuato appieno. È così?
«Sì, ci sono alcune parti che non state sviluppate e applicate fino in fondo. Serve una piena attuazione dello Statuto speciale. Forse è più importante questo aspetto che le richieste di modifiche che possono essere ottenute con altre strade. Come per esempio il riconoscimento dell’insularità».
Secondo lei lo Statuto andrebbe aggiornato?
«Ci sono parti che andrebbero potenziate. Non per esempio presente il tema del diritto alla mobilità, il tema dei collegamenti interni, quello delle reti energetiche. È superficiale su argomenti fondamentali come scuola, educazione, lingua. Mancano temi che 70 anni fa non esistevano come le reti digitali e internet. Manca un riferimento all’eccesso di servitù militari che l’isola deve sopportare. Da sola la Sardegna ne ospita oltre il 60 per cento del totale nazionale. Per questo servirebbe un adeguamento, ma in questo momento non ci sono le condizioni politiche. Ma lo Statuto resta uno strumento preziosissimo. Grazie a questo sono stati avviati i piani di rinascita. Ci ha consentito di superare l’analfabetismo, la povertà diffusa, sconfiggere le malattie. Ha consentito di affrontare e superare gli squilibri socio economici dell’isola. E mette le basi perché questa condizione possa essere rivendicata ancora oggi. Nel 1944 il commissario speciale raccontava che il popolo era nudo e scalzo. Denunciava una situazione di arretratezza drammatica. Grazie allo statuto la Sardegna è uscita dal medioevo ed è entrata nell’era moderna. Ma restano criticità».
Oggi si parla molto di principio di insularità, secondo lei è il tema centrale per il futuro dell’isola?
«Assolutamente sì. Io ho anche firmato per il referen- dum che chiede il riconoscimento dell’insularità per la Sardegna. Credo che il tema identitario vada portato avanti. È una battaglia giusta. L’essere isola condiziona il nostro sviluppo. Deve essere consentito alla Regione di agire anche con interventi straordinari per colmare questo gap. Siamo l’unica regione di Italia senza metano. Questo penalizza le nostre imprese e ne mina la competitività».
Mi pare che anche il rapporto con l’Europa sia spesso complicato.
«Oggettivamente ci sono difficoltà. Spesso siamo trattati come se avessimo possibilità alternative per spostarci. Ma la nostra condizione di isola e il nostro diritto alla mobilità devono essere garantiti. Per questo la battaglia sull’insularità deve essere portata avanti, anche in Europa».
Serve un nuovo piano di rinascita per superare i gap dell’isola?
«Non lo chiamerei cosi, certo esiste un Patto per la Sardegna che è sostenuto an che dallo Statuto. Un docu mento in cui lo Stato riconosce il gap infrastrutturale dell’isola e si impegna in mo do concreto, con risorse e obiettivi, per colmarlo. Cre do che questo da solo sia suf ficiente per dimostrare l’at tualità e la forza dello Statu to. Ecco perché ne celebriamo i 70 anni. Ecco perché porteremo avanti una serie di manifestazioni per festeggiare questa nostra Carta. E faccio una piccola anticipazione. Il 28 aprile, il giorno di Sa die de sa Sardigna, faremo un regalo a tutti i sardi. Qualcosa che unirà le nostre radici alla contemporaneità, proprio come il nostro Statuto».