27 gennaio 2016 - Roma, Camera dei Deputati, sala della Regina

SEMINARIO CONCLUSIVO DELL'INDAGINE SULLE PROBLEMATICHE INERENTI AGLI STATUTI DELLE REGIONI AD AUTONOMIA SPECIALE, SUL TEMA “IL FUTURO DELLE REGIONI A STATUTO SPECIALE ALLA LUCE DELLA RIFORMA COSTITUZIONALE”


Il mio saluto personale e quello dell’intero Consiglio Regionale della Sardegna all’on. Marina Sereni e all’ on. Gianclaudio Bressa.
Un saluto e un particolare ringraziamento al presidente D’Alia e a tutti i componenti della Commissione per l’attenzione e la sensibilità dimostrate nei confronti delle autonomie.
Nell’affrontare questo percorso abbiamo sentito inizialmente l’esigenza di ribadire con forza le ragioni della nostra specialità perché sarebbe inutile nascondercelo, alla luce di una riforma costituzionale che di fatto ridimensiona il regionalismo, così come era stato pensato dal legislatore nel 2001, forte è il timore di un tentativo di superamento delle autonomie speciali. Oggi ad indagine conclusa possiamo dire di sentirci un po’ più tranquilli perché, al di là di alcune autorevoli ma minoritarie posizioni, è stato ribadito il perdurare delle esigenze che hanno storicamente giustificato il conferimento di forme particolari di autonomia e ritenuto presupposto della stessa indagine, il mantenimento di un sistema di decentramento istituzionale fondato sulla presenza, accanto alle Regioni cosiddette ordinarie, di cinque Regioni a statuto speciale, pur nel rispetto dei doveri di solidarietà. Autonomia che non fu solo il frutto di accordi conclusi per ragioni di opportunità politica ma che trova ragione nelle caratteristiche e nell’assetto di ciascun territorio e di ciascuna popolazione.
Paradossalmente la riforma del 2001, che ci collocava da un punto di vista costituzionale un passo avanti rispetto alle ordinarie, aveva di fatto posto in una sorta di cono d’ombra le regioni speciali, perché, legate al sistema delle norme di attuazione, abbiamo di fatto marciato a velocità ridotta rispetto alle regioni a statuto ordinario che sono andate invece avanti spedite facendo sinergia nei confronti dello stato.
Oggi la nuova riforma ci pone nuovamente al centro dell’attenzione vuoi anche solo per evitare un eccessiva disparità di trattamento e diventa necessario ragionare sul sistema delle norme di attuazione e i conseguanti decreti legislativi, strumento di cooperazione bilaterale che oltre a essere espressione del principio pattizio, che é l’elemento distintivo delle regioni speciali, é assolutamente coerente con una riforma costituzione che prevede la modifica degli statuti previa intesa.
È evidente che il principio pattizio non può essere declinato in chiave centralistica ma deve necessariamente trovare una composizione paritetica. Come chiaramente emerso dall’indagine la mancata attuazione o ritardata attuazione degli Statuti non può essere imputata a ragioni di carattere giuridico/tecnico legate alle procedure o alla composizione delle commissioni paritetiche, né tanto meno alla vaghezza o genericità delle previsioni statutari, ma fondamentalmente è legata a ragioni di carattere politico, esiste infatti un dislivello tra specialità e specialità, tra regioni che hanno sfruttato bene le norme di attuazione e regioni che non sono riuscite a fare ciò. 
E’ evidente che la natura delle norme di attuazione è proprio quella di dare una definizione progressiva alle disposizioni statutarie che devono essere necessariamente generiche e di principio. Al riguardo occorre riflettere sull’orientamento della stessa Corte Costituzionale per la quale le norme di attuazione non solo applicano ma integrano lo statuto.
Certo, alcuni correttivi possono essere apportati, per cercare ad esempio di scardinare la fortissima resistenza delle burocrazie centrali, ci siamo detti della necessità di introdurre un termine per l’emanazione dei decreti attuativi e per la nomina dei componenti. 
Con il sottosegretario Bressa abbiamo avviato un importante percorso che porterà a definire miglioramenti tendenti ad un modello unitario che sicuramente ha maggiori possibilità di essere attuato, ma non dobbiamo dimenticare che nonostante le diverse formulazioni statutarie si è avuta una sostanziale omologazione del ruolo delle commissioni paritetiche avvallata anche dalla Corte Costituzionale e che sono ragioni politiche quelle che impediscono la piena attuazione delle norme statutarie. L’indagine porta alla conclusione che un procedimento che prevede un elemento cooperativo è inevitabilmente più lento di procedimenti unilaterali ma comunque da preferire. 
Credo di poter dire che siamo interessati all’adeguamento degli Statuti se, come viene ripetuto, “adeguamento” non è in termine di riduzione dell’autonomia né di omologazione delle Regioni speciali alle ordinarie e neanche tra loro. Ma è necessario ragionare in termine di lealtà istituzionale. Permettetemi un appunto: non posso non preoccuparmi quando arrivano notizie come quella di ieri, dov’è il rispetto della specialità quando si dichiara inammissibile la richiesta delle Regioni di poter pianificare le proprie strategie sui rifiuti o energetiche. Mi chiedo è veramente ammissibile che lo Sblocca Italia possa prevalere sulla politica?
Riprendendo il filo, è davvero necessario modificare gli Statuti o è sufficiente procedere attraverso le norme di attuazione che, come ribadito dalla Corte Costituzionale, hanno non solo la funzione di attuare ma anche di integrare gli statuti? Credo che il percorso intrapreso con il sottosegretario Bressa debba sul punto essere ripreso.