21 ottobre 2017

Villagrande Strisaili - Convegno "La Sardegna che vogliamo - Un progetto di governo e di speranza"

Buongiorno a tutte e tutti,
ringrazio il segretario Cristian Solinas per l’invito a questa due giorni di dibattito e confronto.
Credo che sia un’occasione importante e ancor più importante è il fatto che a proporla, in un momento storico come questo, sia il Partito Sardo d’Azione.  
In un’Europa dove le istanze indipendentiste dagli stati nazionali di appartenenza – oggi la Catalogna, ieri la Scozia sono di evidente e progressiva importanza - è importante che la discussione su chi siamo e chi saremo domani noi sardi parta da questo partito.
È infatti indiscutibile che il Psd’ Az – al di là delle scelte di campo contingenti e che non sempre ho apprezzato come dirigente di partito, ma d’ altronde credo che la cosa sia reciproca - abbia svolto e svolga anche oggi un ruolo fondamentale di difesa e stimolo delle rivendicazioni della Sardegna.
Non posso non ricordare la presidenza Melis (‘84-‘87), esempio di pragmatismo e lungimiranza che ha avuto il merito di coinvolgere le migliori forze democratiche della Sardegna dentro un progetto autenticamente autonomista, orgogliosamente sardo e di respiro europeista.
 “Melis con sardisti e PCI ha formato il suo governo” titolava Repubblica il 22 settembre 1984.
Il suo impegno più forte fu quello di diffondere l’idea federalista, sostenendo che il federalismo non si realizza se non tra uguali; e a chi cercava di mistificare l’indipendentismo come una forma larvata di separatismo rispondeva “il nostro indipendentismo è funzionale costituendo base essenziale e irrinunciabile del federalismo” (discorso presidente Melis XXII congresso nazionale Psd’Az, 1986).
Era il 1984, sono trascorsi 33 anni e oggi i problemi che la Sardegna deve affrontare non mi sembrano molto diversi: l’indice infrastrutturale fatto pari a 100 quello nazionale in Sardegna è al 50, il tasso di occupazione è al 51,6% contro il 63,3% di quello europeo; la disoccupazione giovanile in Europa è al 15,5%, da noi al 39,9%, il tasso di istruzione universitaria in Europa è al 22,4%, nella nostra isola al 12,5%. Senza considerare che i costi aggiuntivi per trasporto, merci e passeggeri sono stimati in 660 milioni di euro, e siamo ancora l’unica regione senza autostrada e con una rete ferroviaria ottocentesca, ancora esclusa da fonti energetiche a basso costo.
Il PIL 2014 della Sardegna registra uno scivolamento al di sotto del 75% della media comunitaria, riportando la nostra isola tra le regioni Obiettivo 1.
Se utilizziamo “l’indice di competitività”, ossia la capacità di una regione di offrire un ambiente attraente e sostenibile per imprese e residenti dove vivere e lavorare, la Sardegna è già meno competitiva di quelle regioni in Obiettivo 1, è al 228° posto su 263 regioni europee.
E guardate mi rifiuto di pensare che in questi 30 anni si siano succeduti solo governi incapaci e politiche inconsistenti, io credo che sia necessario riprendere quel concetto caro a Mario Melis, secondo il quale “il riequilibrio è compito primario dello Stato e la Sardegna non può esserne esclusa se Sardegna significa Italia”.
In questo quadro riveste un ruolo di primaria importanza l’obbiettivo del pieno riconoscimento della condizione di insularità da parte dell’Italia e dell’Unione Europea, in base a quanto già previsto nelle disposizioni sancite dai Trattati come indicati anche dalla Consulta Sardo-Corsa.
La richiesta di discipline speciali non costituisce trattamento privilegiato, non costituisce aiuto di stato ma l’applicazione del criterio di uguaglianza e il perseguimento del miglioramento delle condizioni di vita dei propri cittadini. Ed è per questo che ho sottoscritto la richiesta di referendum per il riconoscimento della condizione di insularità perchè ritengo che possa essere una battaglia che unisce e rafforza le istanze autonomiste.
E allora a poche ore dal referendum consultivo in Lombardia e in Veneto, dico con chiarezza che io voterei sì, perché nel quadro del titolo V, così come rimodulato nel 2001, che prevede un regionalismo differenziato e un regime di federalismo fiscale con meccanismi di tipo solidaristico e perequativo, non dobbiamo avere paura di fronte alla richiesta delle Regioni di maggiori spazi decisionali che provengono dalle regioni ordinarie.
Regioni differenziate da una parte e Regioni speciali dall’altra sono parti integranti del medesimo disegno costituzionale. Sono fermamente convinto che dobbiamo invertire il processo di centralismo di questi anni e che dobbiamo impegnarci da Regione a Statuto speciale perché il peso delle Regioni aumenti.
Sia chiaro però ai veneti e ai lombardi che la differenziazione attiene esclusivamente a maggiori spazi di autonomia, la specialità a condizioni storiche, geografiche e culturali insuperabili e indiscutibili.
 Il Psd’Az di oggi ha avuto la lungimiranza di chiedere a tutti i partiti - quelli “nazionali” italiani e quelli “nazionali” sardi, con tutte le diverse sfumature autonomiste, federaliste, identitarie - di sedersi a uno stesso tavolo per provare a raccontare la propria idea di Sardegna, direi quasi a costruzione di una piattaforma politica in cui i sardi possano riconoscersi. Un’idea lodevole per cui non mi resta che augurare che questo sia solo l’inizio di un percorso e buon lavoro a tutti.

 


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